Flessibilità e danni muscolo-scheletrici: quando la “cura” arreca più danni della “malattia” stessa

Ci sono milioni di strade. Un guerriero, di conseguenza, deve sempre tenere presente che una strada è soltanto una strada; se sente di non doverla seguire per nulla

La flessibilità viene oggigiorno venduta come la panacea a tutti i dolori muscolo-scheletrici. Non c’è dolore o problema che una seduta di yoga, pilates o stretching non possano curare, almeno questa è l’idea che ci stanno vendendo da almeno 10 anni riviste, blog e volantini, dove una bella ragazza sorridente e in salute sembra aver risolto tutti i suoi problemi esistenziali e articolari in poche sedute del nuovo corso di yoga, pilates o qualche nuova tendenza pubblicizzata.

Per non parlare poi di calciatori, runner della domenica e cestisti improvvisati e delle loro strane idee sullo stretching “benefico e risolutore di tutti i disturbi”, che declamano in stile comizio elettorale ad ogni partitella o seduta di allenamento.

Ho dovuto sopportare e continuo a sopportare tutto questo, con annessi consigli di presunti esperti, per educazione civica e anche per non compromettere rapporti di amicizia consolidati.

Del resto è risaputo: meno si sa qualcosa più si ritiene di esserne esperti: chiamasi effetto Dunning-Kruger; che è del resto la distorsione cognitiva (bias) che colpisce gli sportivi che si ergono a esperti di qualsivoglia disturbo muscolo-scheeltrico.

Quello che posso dire, in veste di fisioterapista, è che nella pratica clinica è frequente osservare i danni che queste mode provocano a sportivi e praticanti. In questo pezzo per il Corriere di San Severo provo a smascherare alcuni miti sulla flessibilità con un po’ di medicina basata sulle prove di efficacia.

Mito 1 sulla flessibilità: “il dolore consegue ad una rigidità muscolare, articolare, tendinea.”

Dolore e rigidità hanno una scarsa correlazione, almeno secondo le ricerche. E’ vero, in alcuni casi il dolore si accompagna a rigidità, ma questo non vuol dire che il dolore sia conseguente alla rigidità. Anzi, spesso potrebbe essere vero il contrario: la rigidità di un muscolo o di un’articolazione è un meccanismo che il sistema nervoso adopera per ridurre il movimento che provoca il dolore o il danno articolare. A volte inoltre il paziente percepisce muscoli più contratti, senza che effettivamente lo siano; questa percezione di rigidità è un altro meccanismo che il sistema nervoso sfrutta per ridurre il movimento di un distretto anatomico o per far fermare l’atleta prima dell’infortunio. Ridurre quindi la rigidità (reale o percepita) senza andare a comprenderne la possibile causa potrebbe essere controproducente.

Mito 2 sulla flessibilità: “gli esercizi di flessibilità prevengono i disturbi muscolo-scheletrici”. Qui va detto che bisogna capire cosa accade, quando un’articolazione diventa più flessibile. L’escursione articolare migliora per meccanismi adattivi che gli esercizi di flessibilità comportano sul sistema nervoso periferico, sul muscolo e sulle capsule articolari. Una flessibilità aumentata non significa però prevenire il dolore, anzi si potrebbe causarlo. I programmi di flessibilità (necessari per alcuni sport come la danza classica e la ginnastica ritmica ad esempio) andrebbero integrati con programmi di esercizi per la precisione del movimento (in gergo tecnico controllo neuromotorio). Quando infatti si raggiunge una maggiore flessibilità, la porzione di movimento supplementare ha una minore precisione del movimento. Si guadagna quindi in range di movimento (ROM) a scapito della precisione dello stesso. Ciò può comportare danni artro-muscolari da instabilità, cioè da ipermobilità senza controllo neuromotorio con infiammazione delle strutture capsulari e lesioni tendinee.Nella mia pratica clinica spesso mi è capitato di trattare disturbi alla spalla causati proprio da programmi di flessibilità.

Mito 3 sullo stretching: “lo stretching pre e post-allenamento previene gli infortuni, rendendo i muscoli più lunghi e inclini a sopportare gli stress”. E’ importante far capire agli sportivi che la lunghezza di un ventre muscolare è funzionale al tipo di attività che si sta svolgendo; ad esempio può essere controproducente per i calciatori sviluppare un’eccessiva lunghezza dei flessori; infatti una maggiore “elasticità” dei flessori può associarsi a maggiori lesioni legamentose da ipermobilità in estensione del ginocchio; i flessori (in questo caso) “frenano” il movimento in estensione. La semplice pratica dell’attività sportiva farà sviluppare l’elasticità muscolare appropriata a quel tipo di attività che si sta svolgendo secondo il noto principio fisiologico degli adattamenti muscolari specifici al tipo di attività (SAID). Le ricerche suggeriscono inoltre che lo stretching non abbia effetti preventivi significativi sulle lesioni muscolari e muscolo-tendinee.

Ad oggi, per “allungare” un muscolo (nei casi appropriati) e prevenire le lesioni muscolari si preferisce usare l’esercizio eccentrico, che secondo gli studi del Prof. O’Sullivan favoriscono la sarcomiogenesi (l’apposizione di sarcomeri, le unità di base del muscolo) e quindi una maggiore lunghezza muscolare. Ulteriori ricerche saranno necessarie.

Mito 4 sullo stretching. “Lo stretching è utile per allungare i tendini e per curare/prevenire le tendiniti e tendinopatie” Non c’è nulla di più errato che mettere ulteriore tensione su un tendine già danneggiato o dolente. Le pericolose pratiche di stretching del tendine achilleo (a fine allenamento) sono una delle concause delle tendinopatie achillee dell’atleta. Stessa cosa per le pubalgie e lo stretching degli adduttori. Se una regione è già sovraccaricata perché metterla ancora di più sotto stress? Quale sarebbe il razionale? Secondo chi adotta simili metodiche, sarebbe la ridotta lunghezza delle strutture tendinee a causare il dolore. Ma la ricerca mostra invece proprio il contrario: spesso il dolore è correlato ad una maggiore lunghezza e ulteriore messa in tensione di queste strutture. Ad oggi la massima esperta al mondo in tendinopatie (prof.ssa Jill Cook) sfrutta particolari forme di esercizio per incrementare la precisione del movimento, oltre allo studio scrupoloso della biomeccanica e delle condizioni che hanno provocato la tendinopatia, al fine di curarla.

Spero di aver sfatato un po’ di miti e di aver veicolato il messaggio che non sempre più flessibile significa più sano. E’ tempo di mettere in discussione pratiche che incentivano gli infortuni anzichè prevenirli.

 

Raffaele Tafanelli, Fisioterapista iscritto all’ordine

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