Schiena o anca? Quando si agisce placando il dolore della vittima invece che arrestare per tempo l’aguzzino

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Spesso in fisioterapia (e in altre discipline che si occupano dell’apparato neuro-muscolo-scheletrico) si interviene sui sintomi, ignorando che la fonte del disturbo può risiedere in una regione non dolente a monte o a valle del sintomo.

Agire sul sintomo (come il dolore) può essere temporaneamente efficace, ma controproducente nel lungo termine per la salute delle articolazioni.

Prima ancora di placare un sintomo, dovremmo infatti chiederci sempre:

Di cosa vuole allertarmi questo sintomo? E’ solo un sintomo o mi sta indicando che qualcosa non va?

Queste 2 domande sono estremamente appropriate per formulare ipotesi su pazienti che presentano disturbi all’anca o alla colonna lombare. Spesso ci si focalizza (sbagliando) sulla zona da cui origina il dolore, dimenticandosi di valutare approfonditamente il perché sia insorto (etiologia) e di considerare la concatenazione di queste due strutture.

Bisogna ricordare, infatti, che queste 2 regioni (anca e colonna lombare) sono sinergiche e interdipendenti.

 

  • regioni sinergiche perché agiscono insieme nei movimenti di flesso-estensione ,che eseguiamo quotidianamente per raccogliere oggetti (flessione) e per afferrarli quando sono posti sopra al nostro capo (estensione)
  • regioni interdipendenti, in quanto l’alterazione (per eccesso o difetto) della mobilità dell’una ha ripercussioni sulla mobilità dell’altra nel grado opposto e nella stessa direzione di movimento. Ad esempio, un’anca ipomobile in flessione esita spesso in una schiena ipermobile in flessione (si osserva frequentemente nel sesso maschile). Altro esempio è quello di pazienti con un’anca ipermobile in flessione con una scarsa mobilità della colonna lombare (più frequente nel sesso femminile)

Perché si osserva questo fenomeno frequentemente quando si valuta un paziente?

 Il nostro cervello non “ragiona” per movimenti, muscoli o articolazioni da attivare ma per obiettivi (target) da raggiungere con qualsiasi risorsa di movimento disponibile. In tal senso, il movimento può essere concepito come uno strumento del cervello per raggiungere altri oggetti o soggetti o punti. Quando, ad esempio, ci cade il mazzo delle chiavi a terra e ci flettiamo spontaneamente per raccoglierle, se abbiamo un deficit di mobilità dell’anca saremo costretti ad usare tutta la mobilità in flessione della nostra colonna lombare bassa. Ecco quindi che, nel tempo, l’anca diventa sempre più limitata in flessione e la zona lombare sempre più mobile; ciò è possibile perché le nostre strutture muscolo-scheletriche si adattano continuamente alla funzione imposta, senza darci alcun dolore, almeno fino al punto in cui non sovraccarichiamo le strutture capsulari e legamentose. Passato quel limite il dolore ci informa che, proseguendo su quella strada, danneggeremo seriamente le strutture. Ecco anche il perché il riposo a letto a volte sembra essere la soluzione (non si sovraccarica più) salvo poi rendersi conto che riprende non appena si rieffettuano le attività quotidiane.

Quali sono le ripercussioni di disfunzioni in iper o ipomobilità non trattate ?

 Nel lungo termine le strutture ipermobili tendono spesso a diventare instabili (un’articolazione è instabile quando il sistema nervoso non riesce a controllarne il movimento attraverso i muscoli) e a danneggiare irreparabilmente cartilagini articolari e strutture di sostegno e questo provoca disabilità e dolore cronico.

Ciò accade di frequente nel sesso femminile con ipermobilità e microinstabità dell’anca che portano ad artrosi precoce della stessa.

Canva - Woman Practicing Yoga
(Foto di Polina Tankilevitch) Che dire ad esempio di questa ragazza in foto ? Ottima mobilità in flessione d’anca, ma la sua colonna lombare sarà altrettanto mobile in flessione? In quelle discipline che curano la mobilità, bisognerebbe evitare di prediligere la mobilità di un’articolazione rispetto ad un’altra, che “compete” per lo stesso movimento.  Altro rischio dell’ipermobilità è che può portare facilmente a *instabilità dell’articolazione se non si cura contemporaneamente il controllo neuro-motorio del gesto

D’altro canto non è raro per me osservare in studio pazienti di sesso maschile con dolori invalidanti alla schiena, derivanti da una probabile ipomobilità dell’anca che ha comportato danni da instabilità alla colonna, costretta a supplire per la mobilità deficitaria dell’anca.

C’è da sottolineare infine che le articolazioni  ipomobili possono provocare dolore anch’esse ma è di più facile gestione e risoluzione.

Che cosa si può fare e come intervenire ?

 Molto dipende dall’età, dalle condizioni cliniche associate e dal grado di progressione del disturbo.

Di solito in studio (dopo approfondita valutazione) sblocco, attraverso manovre morbide, i segmenti ipomobili e stabilizzo le strutture ipermobili, per consentire una redistribuzione dei carichi durante il movimento e per facilitare una guarigione efficace delle strutture sovraccaricate. Istruisco poi il paziente sulla propria condizione e gestione e gli consegno un vademecum con gli esercizi idonei a consentire un miglioramento progressivo e costante, nel caso la situazione sia a più lento miglioramento.

Naturalmente prima si interviene e più alte sono le probabilità di successo definitivo delle procedure; agire invece tardi significa lavorare su strutture già irreparabilmente danneggiate, i risultati saranno quindi comprensibilmente inferiori.

*N.B Importante non confondere ipermobilità con instabilità. Per ipermobilità ci si riferisce ad un’articolazione con un’articolarità (in gradi) maggiore rispetto a quella della popolazione standard o rispetto e alle altre articolazioni del proprio corpo. Con instabilità invece ci si riferisce ad articolazioni il cui movimento non è suscettibile di controllo da parte del sistema nervoso. Ci sono quindi articolazioni rigide e instabili e ipermobili e stabili, anche se l’instabilità è più frequente in un’articolazione ipermobile.

Raffaele Tafanelli, Fisioterapista iscritto all’ordine

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