Ai nostri antenati sta un po’ stretta: la teoria della corretta tecnica del gesto atletico

Canva - Old Human Skull

In molti sport si parla ancora -purtroppo- di corretta tecnica del gesto. Si leggono, in rete, centinaia di articoli sulle corrette tecniche (di stacco,  di corsa,  di battuta nel tennis ecc.) al fine di prevenire infortuni insidiosi e per ottimizzare le performance atletiche.

E’ arrivato il momento di smentire questa favoletta (molto simile a quella della postura corretta) del gesto atletico corretto secondo cui si potrebbe:

1. Prevenire gli infortuni con la tecnica corretta.

2. Ottimizzare le prestazioni con la tecnica corretta.

– Prevenire gli infortuni con la tecnica corretta ?

Ammesso che i concetti di “corretto” e “scorretto” siano scientificamente accettabili, per correggere qualcosa dovremmo stabilire prima di tutto quale sia la normalità e l’alterazione, per poi impostare l’opportuna correzione dell’alterazione;  altrimenti, senza parametri di riferimento, sarebbe tutto relativo e si tradurrebbe in una situazione del genere:

“Per me fisioterapista x è normale ciò che per te è fisioterapista y è anormale”.

Ecco quindi che ci servono dei parametri di riferimento. Ora, quando immaginiamo un movimento normale potremmo prendere come parametro di riferimento universale la popolazione standard che rappresenta ciò che (in media) accade nella maggior parte della popolazione.

In media…

Ragionando in tal modo ci potremmo da subito trovare di fronte al primo paradosso. Come fisioterapisti dovremmo limitare il movimento di tutti i soggetti ipermobili. Ginnaste, contorsioniste e ballerini di danza classica diventerebbero dei pazienti con alterazioni da correggere. Pensiamo all’articolazione dell’anca: presenta in media (nella popolazione standard) 40-45 gradi di abduzione, se ne deduce che un soggetto “normale” non dovrebbe poter compiere la spaccata poiché, sommando 45 gradi di abduzione (anca destra) e 45 gradi di abduzione (anca sinistra), non potremo mai avere i 170-180 gradi che hanno -in media- ballerine, ginnaste e contorsioniste e questo modello in foto…

Canva - Man Jumping at the Pathway Beside Parking Lot

Cosa facciamo allora?  Limitiamo il movimento di questi pazienti ?

Certo che no, sappiamo infatti che la loro articolarità è spesso il fisiologico adattamento delle strutture anatomiche (collo femore, acetabolo, capsula articolare ecc.) all’allenamento, sinonimo di benessere non certo di problematiche muscolo-scheletriche. Altre volte, invece, hanno un’anatomia differente fin dalla nascita,  rende le loro  articolazioni ipermobili, una semplice ipermobilità costituzionale.

In questi casi è giusto concludere che per quel paziente è un movimento normale, anche se l’80% della popolazione non può compiere una spaccata “a cuor leggero”.

Come si può però stabilire se il movimento è davvero normale al 100% per quel paziente (come la ballerina ipermobile) o va in qualche misura corretto? 

Molto semplice. Se non ha dolore ed ha un pieno controllo neuromotorio dello schema di movimento sarà ipermobile senza essere instabile. Altrimenti sarà più appropriato parlare di instabilità o di sintomi correlati a qualche forma di disfunzione che dovrà essere ricercata, trattata per poi rivalutare il paziente.

Nei casi in cui siano presenti alterazioni come dolore e rigidità (o ipermobilità), dovremmo prima di tutto stabilire cos’è normale per quel paziente, trasformando un dato di fatto (ad esempio gomito destro ipomobile in estensione 165 su 180 gradi)  in un paragone. Valutando infatti la stessa articolazione -dello stesso uomo- sul lato opposto (in questo caso il gomito sinistro) possiamo constatare se la presunta ipomobilità è una rigidità o è semplicemente funzionale, in rapporto all’anatomia del paziente e agli adattamenti a cui è andato incontro o se è un reperto patologico, poiché ha un’escursione articolare ridotta rispetto alla destra. In altre parole ci si deve sempre chiedere:

Cos’è normale per il mio paziente? Cos’è anormale? Ed in rapporto a cosa?

La verità che sempre più studi ci stanno mostrando -e che ci dovremmo stampare in menrte- è che:

Siamo tutti in qualche modo diversi -soprattutto a livello articolare- anche se sui libri di Anatomia rappresentano un modello ideale a scopi didattici.

Da questo si deduce che non ha alcun senso parlare di tecnica di esecuzione corretta, per uno specifico esercizio….

Se infatti varia l’anatomia di una determinata articolazione varierà anche la sua funzione, la sua mobilità e la sua stabilità passiva e attiva. 

Abbiamo tutti strutture e funzioni diverse, che rappresentano del resto un meccanismo derivante da milioni di anni di selezione naturale. 

Soprattutto quando parliamo di arto inferiore e di bacino, dobbiamo renderci conto che i nostri antenati ominidi hanno vissuto in territori, climi e paesaggi molto diversi tra loro. Determinate morfologie di femore e bacino potevano rappresentare un vantaggio, ai fini della sopravvivenza, per alcuni ceppi e uno svantaggio per altri, ecco perchè così tante variazioni della morfologia articolare, si riscontrano tutt’oggi nella società contemporanea.

Scappare da un animale feroce di corsa non è la stessa cosa che arrampicarsi sugli alberi per sfuggire a territori paludosi e animali anfibi. Queste 2 attività, ad esempio, possono essere influenzate tantissimo, in termini di efficienza, proprio dalla morfologia di anche e femore.

Questione di selezione naturale

La probabilità di sopravvivenza era legata anche a questi fattori morfologico-funzionali che poi potevano essere trasmessi ai propri discendenti. Da qui si spiegherebbe una variabilità anatomica così grande nel mondo tra gli uomini, soprattutto a livello di arti inferiori. I territori erano molto differenti, i predatori anche e quindi è possibile ipotizzare che in determinate zone del pianeta diventava molto più semplice sopravvivere con una tipologia di bacino piuttosto che un’altra e che la stessa tipologia sarebbe stata svantaggiosa in altri…

E allora? Cosa c’entra questo con la corretta tecnica di esercizio e la prevenzione degli infortuni?

Significa semplicemente che non si può correggere neanche minimamente (per esempio) uno squat senza conoscere la morfologia articolare del paziente. Ad una prima analisi chinesiologica possiamo capire se siamo di fronte ad un anteroversione del collo femore ma niente di più per l’anca….

Dalle dissezioni di cadaveri si può conoscere molto di più sulla morfologia (coxa vara, valga, profonda) ecc. ma i nostri pazienti non li possiamo dissezionare. Allo stesso tempo, il bacino può avere angoli differenti di nutazione fisiologica e questo incide tantissimo sul gesto dello squat. E ancora, la colonna lombare può essere più o meno mobile e con una lordosi più o meno accentuata.

Ecco quindi che banali parametri (differenti da paziente a paziente) possono rappresentare la radice di altrettante variazioni nell’esecuzione dello squat…

Ci saranno sempre delle variazioni dell’esecuzione dell’esercizio proposto, rispetto all’esecuzione “standard”, quella accademica dove la modella di turno lo esegue proprio come è raffigurato sul libro.

E allora come faccio ad insegnare un esercizio al mio paziente ?

Molto semplice: basta dimostrare la tecnica di esecuzione standard e osservare le variazioni che apporta nell’esecuzione, per poi stabilire se sono adattamenti dovuti alla sua particolare anatomia e funzione o se sono dovuti a scarso apprendimento neuromotorio (all’inizio è più probabile). Qui serve preparazione, corsi, preparazione, altri corsi, anni di formazione e tanta esperienza clinica, non sono cose che si imparano dall’oggi al domani.

E la tecnica corretta per prevenire gli infortuni ?

Corretta in base a cosa? Conosci i suoi adattamenti funzionali e la sua particolare Anatomia? Se hai risposto sì o sei un bugiardo o hai vissuto nel suo corpo per poi auto-dissezionarti e scoprire la tua particolarissima Anatomia (cosa molto improbabile).

Corretta in base alla tecnica standard e alla armonica distribuzione dei carichi.

La tecnica standard potrà andare bene al massimo per una sparuta minoranza della popolazione, l’armonica distribuzione dei carichi e le posizioni neutre appartengono a teorie molto carine (roba scritta per far sembrare il tutto molto accademico ma mai dimostrata dalle evidenze presenti in letteratura), ma che poi cozzano con gli adattamenti funzionali a cui il corpo va incontro, eseguendo l’esercizio con altre tecniche accademicamente scorrette ma fisiologicamente esatte, per struttura e apprendimento motorio.

Dovremmo “correggere” il gesto solo quando…

a. il paziente presenta dei sintomi, che il clinico mette in correlazione ad un sovraccarico locale di strutture quali capsule, tendini, legamenti o muscoli. Se l’esecuzione viene variata, varierà la distribuzione degli stress e quindi potremmo ridurre il sintomo nell’arco di giorni. Se il sintomo viene ridotto significativamente, allora sarà in primis il paziente ad adottare questa nuova tecnica di esecuzione, non ci sarà spesso bisogno del nostro impegno. L’assenza di dolore è già un’ottima gratificazione che serve a variare l’esecuzione del gesto.

b. il paziente ha un’altissima probabilità di incappare in traumi poiché ha acquisito un vantaggio nell’eseguire il gesto in posizioni così estreme e con scarso controllo neuromotorio, da mettere in serio pericolo la salute delle sue articolazioni nel breve termine (ma nella maggioranza dei casi questo non accade).

Passiamo ora al mito dell’ottimizzazione delle performance atletiche.

Non dovrei neanche scriverlo questo paragrafo….

Avendo ognuno di noi una struttura neuro-muscolo-scheletrica diversa e avendo sviluppato delle strategie e degli adattamenti tissutali e funzionali differenti per apprendimento o per selezione naturale mi domando:  come diavolo possiamo pretendere di migliorare la performance correggendo la tecnica ? 

Possiamo sì cercare di far variare tecnica ad un atleta, ma non è detto che ciò si traduca in una migliore prestazione, spesso ci sarà bisogno di periodi lunghi di apprendimento, varieranno gli adattamenti e, in una prima fase, il rischio infortunio aumenterà anziché diminuire poiché le zone di accumulo di forze intra e periarticolari varierà sensibilmente… Ammesso che quella tipologia di tecnica non sia dovuta ad alterazioni strutturali, faccio un esempio per essere più chiaro. Alcuni atleti corrono con l’arto in intra-rotazione perchè hanno un’anterotorsione del femore, è normale per loro correre così e se gli insegnassimo una nuova tecnica di corsa, variando la distribuzione del carico intrarticolare dell’anca, potremmo arrecargli più danni che benefici (oltre a fargli peggiorare la performance).

Negli atleti dovremmo correggere il gesto atletico solo quando…

C’è abuse consapevole. In pratica quando l’atleta sa bene che la sua tecnica di esecuzione gli sta arrecando danni ed infiammazione, ma continua ad effettuarla perchè gli offre un vantaggio competitivo in un match… Quindi abusa della propria struttura per perseguire un fine (la vittoria), fregandosene altamente dei messaggi che il corpo gli sta inviando e del potenziale danno che potrebbe scaturirne….

In conclusione

Smettiamola di correggere, impariamo invece ad interpretare il quadro clinico di fronte a cui ci troviamo, formulando ipotesi e verificandole di volta in volta. Forse non appariremo come i sapientoni della situazione, ma potrem aiutare a risolvere fastidiosi problemi ai nostri pazienti.

Raffaele Tafanelli, Fisioterapista

 

 

 

 

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