Rigidità articolare: Il TERT meglio delle macchinette e delle torture medievali

Canva - Person Wearing Brown Bubble Jacket

Risolvere velocemente la rigidità articolare è una sfida nel mondo della fisioterapia, che spesso si colorisce di comicità.

Da un lato troviamo alcuni professionisti  che forzano ancora l’articolazione facendo provare un dolore -simpatico quanto una tortura medievale- insopportabile al paziente: sono questi i fisioterapisti della vecchia scuola che “fa bene solo se fa male”.

Dall’altro troviamo i fanatici delle macchinette che producono calore… Il loro pensiero è più o meno questo: “Se l’articolazione è rigida la riscaldo così i tessuti intorno all’articolazione diventano più morbidi e la sblocco”.

Come se l’articolazione fosse un piatto di pasta al sugo avanzato del giorno prima, da riscaldare al microonde, incredibile…

Poi ci sono i creativi,  quelli che mescolano le 2 metodiche, così sembrano ancora più fichi e possono giustificare il loro onorario. Questi sono i tipi del “più faccio, più buono sembrerò agli occhi del paziente”.

Peccato che…

Nel primo caso –la tortura medievale- lo sblocco articolare produce più danni che benefici, infatti il dolore (oltre la soglia della tollerabilità) induce reazioni analgesiche che irrigidiscono maggiormente l’articolazione. La mente interpreterà infatti il movimento -nel verso della rigidità- come dannoso e irrigidirà la muscolatura attorno all’articolazione per impedire la manovra, sviluppando una rigidità maggiore. E’ quindi neurofisiolgicamente errato e controproducente questo modo di agire.

Nel secondo caso -i riscaldatori seriali di articolazioni con macchinette dalla dubbia utilità- i benefici sono temporanei e dovuti più che altro alla vasodilatazione e all’effetto anlagesico temporaneo mediato dal calore e dalle percezioni positive del paziente. Del resto non serve un Nobel per la medicina, anche i bambini lo capirebbero: “a caldo” c’è sempre una maggiore flessibilità articolare, che poi svanisce non appena termina la seduta di termoterapia.

Per quanto riguarda i creativi, non penso sia il caso di esprimermi in quanto uniscono l’incompetenza dei primi alla superficialità dei secondi, un mix esplosivo.

Cosa suggeriscono le evidenze invece ?

Prima di tutto si deve comprendere di fronte a che tipo di rigidità ci si trovi.

  1. Nella rigidità funzionale la perdita di mobilità non è accompagnata da alterazioni dei tessuti miofasciali e connettivali (capsula in primis).  In questi casi la rigidità è una reazione antidolorifica dell’organismo al dolore; scomparirà quando andremo a ridurre il dolore con le manovre fisioterapiche appropriate.

   2.    Nella rigidità strutturale la perdita di mobilità è conseguente ad alterazioni strutturali, che si sono innescate dopo lunghi periodi di immobilizzazione; basti pensare alle immobilizzazioni in apparecchio gessato o alle spalle rigide dopo immobilizzazione post-lussazione.  In questi casi c’è una vera e propria retrazione della capsula articolare e del tessuto miofasciale.

Nel caso 1 quindi sarà importante inserire nel programma riabilitativo manovre analgesiche di terapia manuale e, subito dopo, automobilizzazioni.

Cosa fare invece nelle rigidità strutturali ?

La letteratura mostra come l’aumento della mobilità articolare sia strettamente correlata al tempo -minuti o ore- di mantenimento a fine corsa  dell’articolazione (senza dolore o con dolore tollerabile). Sarà importante quindi mantenere al fine range (possibile in baso al grado di retrazione capsuolare) l’articolazione, quanto più tempo possibile per il ripristino dell’articolarità completa, nel medio lungo termine.

TERT

TERT è quindi un acronimo che sta per Total End Range Time (tempo a fine corsa articolare).

In rete molti articoli sono a pagamento; questa è una ricerca sul TERT accessibile da tutti gratuitamente: TERT

Come fare a trattare il paziente col concetto del TERT

Risulterà fondamentale far comprendere al paziente qual è il proprio fine corsa articolare, attraverso manovre passive che mostrino il limite articolare “rigido” (in rapporto al dolore P)  e poi insegnare semplici posture mantenute (non dolorose) a fine corsa articolare.

Meccanismi di funzionamento del TERT

Il TERT produce adattamenti funzionali specifici dei tessuti molli e della capsula, per meccanismi di messa in tensione. Rappresenta quindi uno stimolo biologico, che facilita la neoformazione di fibre collagene lungo la linee di messa in tensione.

Occorre sempre cautela ed occhio clinico, da evitare il fai da te…

Occorre prestare attenzione al concetto di TERT, poiché in un ampia casistica di casi il dolore (P) insorge molto prima del fine corsa articolare (causato dalla rigidità strutturale) e può diventare severo prima ancora di giungere al limite. In questi casi sarà necessario dapprima risolvere il dolore del paziente per poi procedere a  mobilizzazioni a fine corsa (gradi III e IV) e infine alle posture mantenute. Altrimenti incapperemmo nello stesso errore dei colleghi che sottopongono a tortura medievale i propri pazienti, con risultati controproducenti.

Raffaele Tafanelli, Fisioterapista

 

 

 

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